BLAIR WITCH, LA RECENSIONE

Dopo anni di attesa è giunto finalmente il seguito di uno dei miei film preferiti: The Blair Witch Project. Ma perché è tra i miei preferiti? Non mi ha mai né spaventato, né interessato più di tanto. Lo amo però per via della stupefacente campagna di marketing pubblicitario che venne creata per promuoverlo, è grazie a essa che incassò 250 milioni di dollari, non di certo per la sceneggiatura o per il talento degli attori.

Focalizzatevi alla fine degli anni ’90, non esistevano i social network e potevate collegarvi a Internet solo grazie a un carillon con sopra installato windows 95. Un giorno andate all’università e nella bacheca del campus trovate questo manifesto…

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Ah dimenticavo di dirvi una cosa: in questa simulazione abitate negli Stati Uniti e con precisione nel Maryland. Sì lo so, fate un piccolo sforzo… Pare siano scomparsi tre ragazzi mentre giravano un documentario nei boschi, cosa gli sarà successo?

Passano i mesi e durante uno zapping in tv beccate un talk show di approfondimento, tipo il “Chi l’ha visto?” italiano, dove si parla proprio dei tre ragazzi scomparsi. In studio ci sono degli ospiti e uno “sceriffo”, tutti molto seri. I giovani sono scomparsi a Burkittsville, non lontano da casa vostra. Durante il programma viene riferito che la squadra di soccorso pare abbia trovato dei filmati all’interno di una casa diroccata nella foresta, dove pare vivesse un certo Rustin Parr, un eremita degli anni ’40 che rapì otto bambini uccidendone sette. L’ultimo, Kyle Brody, finì in manicomio. Durante il processo l’uomo sostenne di aver ucciso sotto l’influenza di una voce che sentiva nella testa. La voce di una donna anziana.

Nella ricostruzione viene anche svelato il tema del documentario degli scomparsi, si trattava di un progetto video sulla storia della strega di Blair.

Blair era l’antico nome del villaggio che sorgeva non lontano dall’attuale Burkittsville, abbandonato nel 1786 a seguito della vicenda che coinvolse Elly Kedward. Quest’ultima fu accusata dai bambini del villaggio di stregoneria, per aver loro prelevato del sangue. La donna fu legata a un albero nel bosco e fu lasciata lì a morire, passato l’inverno il corpo non fu ritrovato, ma gli abitanti di Blair cominciarono misteriosamente a sparire nel nulla uno dopo l’altro. Temendo la maledizione della strega la comunità decise di abbandonare il posto.

Il programma si conclude con la notizia che la piccola e sconosciuta casa di produzione cinematografica “Artisan” è entrata in contatto con le famiglie dei tre scomparsi per poter produrre un film grazie al materiale video ritrovato. Qualche mese dopo vi trovate in tv questi due trailer.

Tutti gli aggiornamenti sul caso, sulla leggenda della strega e sulle varie testimonianze erano tutti disponibili sul sito www.blairwitch.com

ECCO, questo è il contesto in cui ci si è trovati quando uscì il film. In Italia ovviamente non ci fu questa cura nei dettagli, si andava in sala consapevoli che si trattasse di un’opera di fantasia. Ma negli USA la canzone era molto diversa, almeno nei primissimi periodi. Quando poi si chiarì che si trattava di finzione, c’erano i complottisti convinti che quella era solo una scusa per distogliere l’attenzione da un evento paranormale. Non ci sorprendiamo, qui da noi abbiamo malati di mente convinti che la ragazza morta a Parigi durante gli attentati terroristici era in realtà un’attrice pagata… possiamo quindi tollerare l’esistenza esoterica della strega di Blair nella mente di alcuni.

L’anno seguente la Artisan (non essendosi ancora capacitata di aver incassato quella somma) pensò bene di sfruttare ancora il marchio producendo un secondo film: Il libro segreto delle streghe: Blair Witch 2. Come direbbe Fantozzi: una cagata pazzesca.

L’unica scena che salvo di quel film è questa, minuto 2:04 (l’ho trovata solo in inglese, ma anche in italiano merita).

Passano 16 anni di silenzio, notizie di sequel e smentite si sono susseguite fino al 2005, poi il nulla. Fino a giugno di quest’anno, quando alla San Diego Comic-Con si è scoperto che il film in lavorazione The Woods non era altro che il tanto atteso sequel dal titolo: Blair Witch. La Artisan, dopo una lunga serie di scelte cinematografiche infelici, ha deciso di coprire i suoi debiti vendendo i diritti del film alla Lionsgate.

Allora partiamo dalle cose semplici. Anche se ho ritenuto doveroso questo mio spiegone iniziale, non è assolutamente necessario aver guardato i primi due film per capire e apprezzare questo del 2016. Prima di tutto perché il secondo lo hanno totalmente dimenticato, come se non fosse mai avvenuto (fa schifo anche a loro). Seconda cosa, perché è assolutamente comprensibile così com’è.

Il fratello della ragazza scomparsa (nel primo film) decide, dopo vent’anni e dopo aver visto un video su Internet, di andare a cercarla. Con lui vanno un gruppo di amici con tanto di: torce, tende, telecamere e bellezza. Le classiche comitive dei film americani. Nel bosco ovviamente accade l’impossibile.

Il film mi è piaciuto, anche se non è un capolavoro. Ci sono troppi, troppi, troppi… jumpscare. No, no e no. Ma che senso ha proporre, per almeno quattro volte, lo stesso tipo di “spavento”? Tant’è che anche il film stesso prende per il culo la sceneggiatura con una battuta demenziale. I primi sono dovuti dai personaggi di questa comitiva che ti sbucano all’improvviso, ma jaaa ma cos’è? Ma fanne uno, due, poi basta. Per altri tratti il film è parso addirittura comico… c’è questa ragazza che si taglia un piede e sta per tutto il film con questo dolore lancinante, quando cammina si sente il rumore di ossa che si rompono, poi assiste a qualcosa di spaventoso e inizia a correre che manco una maratoneta. Da fare un baffo alla terapia di Heidi a Francoforte, mi è sembrato un pelino assurdo. Anche la fine l’avrei cambiata, non voglio fare spoiler, ma giusto per intendersi… il retrocedere con la telecamera l’avrei portato un po’ più alla lunga. Come è stata immaginata la strega però mi è piaciuto molto, anche questo suo non essere vista nel dettaglio.

In definitiva lo consiglio, ma andate a vederlo a stomaco vuoto perché la regia è, in alcuni tratti, simile a un video amatoriale su una giostra.