BARCELLONA, LA MIA SECONDA CASA

Barcellona. La Milano con il mare e la Napoli con i servizi impeccabili. Quelli che hanno avuto la sventura di leggere il mio libro sapranno che Barcellona è una città molto importante per “Il Signor Distruggere“. Sono ben tre i capitoli a essa dedicati: la ricerca dell’appartamento, i coinquilini dei sogni e la mia giornata tipo. Come posso quindi non decidere di tornarci almeno una volta all’anno?

Andarci per una vacanza ci risparmia dall’incubo del dover trovare casa, ancora ricordo lo stress degli annunci in castigliano…

Annuncio: “Ragazzi Erasmus cercano quarto per un’esperienza meravigliosa.”
L’unica esperienza meravigliosa sarebbe stata quella di appiccare il fuoco alla casa, con loro dentro.

Mi aprì la porta una classica e patetica ragazza italiana, obesa, sciatta, con tuta, occhiali, capelli ricci e maglietta della salute. Mi fece vedere la casa e notai subito la presenza e l’odore di quattro cani (nota: la sala da pranzo era addobbata con vari disegni di Hello Kitty). La patetica mi spiegò che una delle coinquiline era fruttariana e animalista DOC e, quindi, se vedeva un randagio per strada, se lo doveva portare necessariamente a casa finché questo non avesse trovato un degno padrone.

Mi presentò poi gli altri coinquilini: mancavano solo zio Fester e Mano. Il gruppo, tra le varie cose, mi spiegò che, una volta al mese, organizzava in casa una festa meravigliosa: l’ultima era addirittura finita a mezzanotte. Immagino cosa avranno mai fatto di così trasgressivo: si saranno spremuti le bucce di mandarino negli occhi, soffiato sullo zucchero a velo della torta, orchestrato una serata alcolica a base di Mon Chéri e Fiesta Ferrero. “Tizio”, un giovane con il fisico da scaricatore di PDF, mi poggiò una mano sulla spalla e mi disse, con convinzione assoluta: «Qui ti troverai bene». Per poi aggiungere: «Domenica mattina c’è il mercatino delle pulci in campagna a Martorelles, se vieni ti diverti».

«Verrei, ma purtroppo la domenica mattina è il giorno in cui porto la biancheria al ruscello».
Salutai con un segno della croce.

Prima di accettare quella che poi sarebbe stata la mia scelta definitiva, provai con un annuncio un po’ fuori mano: “Casa caratteristica alle porte di Barcellona, adatta ai bambini”.

Il titolo dell’annuncio doveva essere stato scritto dalle bestie di Satana: giardino in discesa con pendenza tipo squadra scalena a strapiombo su un burrone; adiacente all’ingresso di casa, un deposito di un falegname, con a portata di mano ogni tipo di arnese usato dal Sant’Uffizio per far confessare le streghe e che poteva essere ammirato in tutto il suo orrore nel Malleus Maleficarum; terrazzo senza ringhiera sempre in pendenza, che, con la pioggia, mi avrebbe dato una scarica di adrenalina (nel senso che, per riattivare il cuore dopo la caduta, all’ospedale me l’avrebbero dovuta iniettare). Una vera ludoteca adatta ai bambini. All’interno, altre scene da panico: moquette bordeaux che profumava di urina animale, arredamento anni ’40 (1840), padrone di casa socievole come un fumatore senza accendino. Mi bastò dare una rapida occhiata alle tende nere, alle poltrone nere e al divano nero, per capire che in quella casa doveva averci abitato un favoloso persiano bianco. L’unica considerazione che poteva essere fatta era quella di spendere cinque euro di benzina e gridare alla fatalità: riuscivo solo a immaginare mia madre con una idropulitrice o con uno zaino protonico (parliamo di una donna che stira le mutande e le ripone nella cassettiera all’interno di bustine di cellophane singole). Passammo alla cucina: il programma Cucine da incubo era una visione celestiale a confronto. Sui fornelli non si capiva se le croste presenti fossero lì per via della ruggine, dello sporco o del tempo.

Le argomentazioni usate dal padrone di casa per convincermi erano poi farsesche.
«Una volta al mese torno in città dal paese e ai coinquilini porto sempre un fagiano».

«Affascinante».
«Ho già avuto delle offerte per la casa, sto però concludendo gli appuntamenti…», e io lì a immaginare, fuori da quella porta, un’improbabile fila come all’Apple Store.
Salutai senza neanche chiedere di visionare la camera da letto: mi bastò vedere la moquette puntare proprio in quella direzione.

Dei coinquilini non posso che menzionare Assunta la fidanzata di Fabio.

Non era una vera e propria coinquilina, ma una sorta di special guest star che, almeno una volta al mese, giungeva dal Bel Paese per incontrare il suo uomo dei sogni. La sua richiesta di amicizia su Facebook mi arrivò circa venti secondi dopo il nostro primo incontro in casa e, dopo anni, è ancora lì. Su di lei si potrebbe scrivere un libro a parte e forse neanche basterebbe: è una di quelle persone che applaude all’atterraggio dell’aereo per dimostrare al pilota di aver apprezzato il suo “non sfracellarsi al suolo”, cosa che ovviamente non fa sugli altri mezzi di trasporto, perché -parliamoci chiaro- si muore soltanto in aereo (e Lady Diana ne è la prova). Esteticamente disdicevole, con il fisico da sollevatrice di teglie e con una pesante cadenza napoletana, fumatrice senza ritegno, pignola, sovrappeso, scansafatiche e talvolta anche lercia. Questo è un mini ritratto della giovane studentessa modello di Beni culturali che, in quella casa, oltre a svariati CD di cantanti neomelodici, che vivacizzavano i rapporti con il vicinato e preziose lezioni di vita, portò anche tutto il suo acume e il suo parere su qualsivoglia argomentazione, soprattutto quest’ultimo quando non richiesto. A Napoli era impegnata nella stesura di un’ennesima tesi mastodontica dall’indefinibile titolo, del genere: L’archetipo iconografico di de Chirico rapportato alle panoplie oniriche di Sironi in relazione all’erranza del manifesto futurista di Marinetti. Nel frattempo, per sbarcare il lunario, faceva da babysitter presso una singolare agenzia, la quale obbligava le disperate che vi lavoravano a vestire gli abiti delle principesse Disney così da allietare i piccini. Travestimenti che andavano indossati necessariamente nell’androne del palazzo della famiglia di turno, per non spezzare l’incantesimo suonando alla porta in borghese.

Come segni distintivi c’erano:

  • grossolane imitazioni di Louis Vuitton, queste perché era convinta di risultare credibile con una borsa che, originale, costa quasi tremila euro, malgrado ella vivesse in un tugurio di un borgo rurale del napoletano;
  • la suoneria del cellulare che intonava “meno male che Silvio c’è”;
  • la conoscenza epica di tutti i personaggi passati per Uomini e Donne negli ultimi vent’anni e i relativi sviluppi sentimentali;
  • il raffinato e sobrio gusto verso tutto ciò che è animalier;
  • i tacchi, indossati sempre, a qualsiasi ora, per la gioia della vedova catalana del piano di sotto attaccata a un respiratore;
  • tono di voce mai inferiore agli 80 decibel, e che durante gli orgasmi e le acrobazie circensi con il suo Romualdo, poteva arrivare a infrangere la barriera del suono, con buona pace dei condomini inferociti, i quali, la mattina seguente, pretendevano chiarimenti da me, essendo per loro inverosimile che Fabio potesse avere una vita sessuale.

    Il suo vero talento, però, era rappresentato dall’essere capace di far passare nel bagaglio a mano all’aeroporto qualsivoglia genere alimentare di provenienza casereccia senza che ai controlli le dicessero nulla. Tra gli altri, si ricordano: barattolo di sugna, chiacchiere di carnevale con relativo sanguinaccio di maiale, soppressata di cinghiale, parmigiana di melanzane sotto vuoto, frittata di maccheroni come spuntino durante il volo e babà gigante al rum con fragoline di guarnizione per l’anniversario dei sedici anni di fidanzamento.

Ma questa è storia vecchia. In vacanza è tutta discesa e la si può sintetizzare con una carrellata di fotografie (molte delle quali sono state condivise su Instagram). La cosa che più amo di Barcellona è la presenza di svariati ristoranti etnici. Quest’anno ho provato il colombiano e il peruviano, a Salerno non esistono e credo neanche a Napoli. Forse a Roma? Boh.

Il colombiano si chiama Tropicalissima e lì ho provato un paio di piatti unici.

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Il sobrebarriga
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Picada

E un “dolce”.

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Insalata di frutta gelato

Il peruviano invece si chiama Mochica. Molto particolare, temevo peggio e invece è stata una piacevole scoperta.

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Inca Kola
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TacuTacu de lomo saltado

Un’altra tappa fissa di Barcellona è La Paradeta. È un ristorante dove mediamente è necessario fare 45 minuti di coda qualunque giorno della settimana. Il pesce è praticamente vivo e lo scegli al momento. Ottimo posto in fatto di qualità e prezzo.

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Gli acquisti del secondo giorno invece furono i seguenti:

• Acqua Evian, scelta tra le varie per via dell’assonanza con la crema che Hannibal Lecter sentì annusando Clarice;
• aloe vera e crema 50+ per via delle ustioni di secondo grado dopo il primo giorno di mare;
• gelato Ben & Jerry’s, che in Italia non esiste, per via delle carenze d’affetto.

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Il panino che portavo in spiaggia, giusto per non stare digiuni, era il seguente.

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Ultima menzione: la comitiva di pugliesi (nella foto in alto). I ragazzi hanno ravvivato il tedio della spiaggia, dove c’erano un concentrato di nudisti centenari e atleti fisicati che ti facevano sentire una merdaccia. Quando tornare a Barcellona? Mmm non saprei, forse tra un anno o forse quest’inverno approfitto di un qualche ponte. Per Halloween sono previsti ben 4 giorni di pacchia. Vedremo…